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Fine del coacervo: come cambiano successioni e donazioni dal 2026

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Immaginate Marco, 55 anni, imprenditore milanese. Nel 2018 ha donato alla figlia un appartamento da 400.000 euro per aiutarla a mettere su famiglia. Oggi sta ragionando con il notaio sulla pianificazione del proprio patrimonio e si sente dire una cosa che fino a pochi mesi fa non avrebbe mai sentito: quella donazione del 2018, ai fini del calcolo dell’imposta di successione, non conta più.

È uno degli effetti concreti del D.lgs. 139/2024, entrato pienamente a regime dal 1° gennaio 2026, che ha riscritto una delle regole più discusse del nostro sistema fiscale: il coacervo successorio. Una sigla tecnica che nascondeva un meccanismo capace di far emergere imposte inattese proprio nel momento più delicato, quello dell’apertura della successione.

Cos’era il coacervo e perché pesava tanto

Fino al 31 dicembre 2025, quando un genitore lasciava in eredità beni a un figlio, il notaio non poteva limitarsi a guardare il patrimonio caduto in successione. Doveva tornare indietro nel tempo e sommare tutte le donazioni che l’erede aveva ricevuto in vita dal defunto. Il totale serviva a verificare se fosse stata superata la franchigia di 1 milione di euro prevista per figli e coniuge.

Il risultato, in molti casi, era spiacevole. Una donazione fatta vent’anni prima, magari per aiutare un figlio a comprare la prima casa, tornava a galla e riduceva la franchigia disponibile sull’eredità. Chi pensava di aver già “utilizzato” il bonus fiscale con una donazione generosa si ritrovava a pagare imposte sulla successione per importi anche significativi.

Un esempio concreto

Un padre dona al figlio un immobile da 800.000 euro nel 2015. Alla morte, nel 2027, lascia al figlio altri 500.000 euro tra liquidità e immobili. Con le vecchie regole, il totale era 1,3 milioni: 300.000 euro eccedevano la franchigia e venivano tassati al 4%. Dal 2026, invece, le due attribuzioni si guardano separatamente: nessuna delle due supera il milione, nessuna imposta è dovuta.

Cosa cambia davvero dal 1° gennaio 2026

La novità principale è proprio questa: donazioni e successioni viaggiano su binari separati. Ogni attribuzione ha la sua franchigia autonoma, la sua aliquota, il suo calcolo. Per le famiglie significa una pianificazione patrimoniale molto più semplice e, in molti casi, meno onerosa.

La riforma interviene inoltre sulle modalità di applicazione dell’imposta. Il principio dell’autoliquidazione si estende anche alle successioni: sarà il contribuente a calcolare e versare quanto dovuto, con l’Agenzia delle Entrate che interverrà solo in fase di controllo. Un modello che avvicina la successione alla logica di altri tributi autodichiarati.

Restano invece invariate le aliquote: 4% per coniuge e parenti in linea retta oltre il milione di franchigia, 6% per fratelli e sorelle (con franchigia a 100.000 euro), 6% senza franchigia per altri parenti fino al quarto grado, 8% per tutti gli altri soggetti.

Perché questa riforma conta per chi programma il passaggio generazionale

Per anni i consulenti patrimoniali hanno dovuto mettere in guardia i clienti: attenti alla donazione, perché poi torna. Questa cautela ha frenato scelte legittime e utili, come il trasferimento anticipato di immobili ai figli per aiutarli in momenti chiave della vita.

Ora lo scenario si inverte. Donare in vita diventa uno strumento di pianificazione più efficace, perché non erode la franchigia successoria. Le famiglie con patrimoni immobiliari importanti possono ragionare su una distribuzione più graduale, magari accompagnando i figli in diverse fasi della loro esistenza senza la preoccupazione di pregiudicare il trattamento fiscale del futuro passaggio ereditario.

Attenzione però: resta fondamentale conoscere con precisione la consistenza del patrimonio immobiliare. Prima di pianificare una donazione o preparare una dichiarazione di successione, serve un quadro chiaro degli immobili intestati al donante o al defunto. Una visura catastale per codice fiscale permette di individuare tutti i beni intestati a una persona su scala nazionale, evitando di dimenticare immobili acquistati in altre province.

Successioni aperte prima del 2026: cosa succede

La linea di demarcazione è netta: la nuova disciplina si applica alle successioni aperte e alle donazioni effettuate dal 1° gennaio 2026 in poi. Per le successioni già aperte nel 2025 e precedenti, restano valide le vecchie regole, compreso il meccanismo del coacervo.

Chi sta presentando ora una dichiarazione di successione relativa a un decesso avvenuto nel 2024 o nel 2025 deve quindi continuare a ricostruire le donazioni pregresse. Vale la pena ricordare che per farlo servono spesso visure ipotecarie e catastali storiche, utili a ricostruire la storia degli immobili e verificare eventuali atti dimenticati.

Il ruolo della verifica documentale

Quando si apre una successione, ricostruire il patrimonio non è quasi mai immediato. Conti correnti, partecipazioni societarie, immobili sparsi su più Comuni: servono documenti ufficiali. Per gli immobili, una visura catastale storica mostra l’intera sequenza di intestatari e variazioni, mentre una visura ipotecaria sulla persona evidenzia trascrizioni, ipoteche e atti registrati in Conservatoria.

Un segnale di modernizzazione del sistema

Il D.lgs. 139/2024 va letto in un contesto più ampio di semplificazione fiscale. L’eliminazione del coacervo risponde a un’esigenza che la dottrina segnalava da tempo: il cumulo tra donazioni e successioni generava complessità interpretative enormi, contenziosi con l’Agenzia delle Entrate e una sostanziale disparità di trattamento rispetto a chi trasferiva il patrimonio attraverso altri strumenti.

La Corte di Cassazione, del resto, aveva già ridimensionato negli ultimi anni la portata del coacervo, escludendolo ai fini del calcolo della franchigia in alcune pronunce importanti. Il legislatore ha preso atto di quell’orientamento e lo ha tradotto in norma chiara.

Cosa fare ora, in pratica

Se state pensando a una donazione o state valutando come strutturare il passaggio generazionale, il 2026 offre una finestra nuova. Il primo passo è mappare con precisione il patrimonio immobiliare: recuperate le visure catastali aggiornate degli immobili, verificate le planimetrie depositate, controllate che non esistano ipoteche o trascrizioni dimenticate.

Solo con un quadro documentale completo ha senso sedersi con un notaio o un commercialista per costruire una strategia. Su VisuraSI potete richiedere online le visure necessarie, dalla visura catastale alla visura ipotecaria sull’immobile, con rilascio in tempi rapidi e documenti ufficiali. Un investimento minimo che evita sorprese quando si tratta di trasferire un patrimonio costruito in decenni.